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2. Le Rime

Angeli dei Sette Chakra
Gli Angeli dei Chakra si rivolgono ad animi in cammino verso un sempre maggiore e consapevole equilibrio personale.
Donarsi o donare un angelo dei Chakra è un gesto colmo di simboli e significati.

Visualizza tutti gli Angeli dei Sette Chakra>>>
Nelle Rime, in cui non si ritrova traccia della tematica amorosa, indizio questo che avvalorerebbe il fatto che la corrispondenza col Sandoval fosse solo letteraria e non una tresca amorosa come sospettarono i fratelli, e che vertono sulla sua vicenda esistenziale, sull’ansia di libertà, sulla volubilità della fortuna, sull’avversa sorte, sulla vana ed ansiosa attesa del ritorno del padre lontano, Isabella lamenta il proprio drammatico destino di solitudine e protesta contro l’avversa sorte, ma, nei componimenti di ispirazione religiosa, la sventurata poetessa, sembra accettare, in accorata esaltazione mistica, la propria infelice vicenda terrena.
La poesia di Isabella conquista immediatamente in virtù della romantica vicenda alla quale rinviano i suoi versi, tuttavia sarebbe ingiusto considerarla esclusivamente una testimonianza autobiografica, perché la sua voce poetica non è solo illuminante della personale vicenda; l’espressione del suo tormento e del suo dolore trascende il privato, ed offre occasioni di meditazione e riflessioni universali che la rendono degna di essere ascritta nella storia del petrarchismo.


D'UN ALTO MONTE ONDE SI SCORGE IL MARE

D'un alto monte onde si scorge il mare
miro sovente io, tua figlia Isabella,
s'alcun legno spalmato in quello appare,
che di te, padre, a me doni novella.
Ma la mia adversa e dispietata stella
non vuol ch'alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma, di pietà rubella,
ha salda speme in piano fa mutare;
ch'io non veggo nel mar remo nè vela
(così deserto è l'infelice lito)
che l'onde fenda o che la gonfi il vento.
Contra Fortuna allor spargo querela,
ed ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento.


Questo sonetto è un dialogo col padre lontano, nell’attesa vana di un messaggio che arrivi dal mare.
Dall’alto del monte in cui si trova il castello, nei versi iniziali, Isabella, in nome di un vincolo di consanguineità fortemente affermato, sottolineando continuamente la condizione filiale (io, tua figlia Isabella, dite, padre, a me), si rivolge al padre; dalla seconda quartina, però, al dialogo si sostituisce il soliloquio, passando dall’autocommiserazione, all’amara constatazione della solitudine e dell’assenza, alla protesta contro il "denigrato sito", il luogo odiato che è l’unica "cagion" del tormento di Isabella.




TORBIDO SIRI, DEL MIO MAL SUPERBO

Torbido Siri, del mio mal superbo,
or ch'io sento da presso il fine amaro,
fa' tu noto il mio duolo al padre caro,
se mai qui 'l torna il suo destino acerbo.
Dilli com'io, morendo, disacerbo
l'aspra fortuna e lo mio fato avaro,
e, con esempio miserando e raro,
nome infelice e le tue onde io serbo.
Tosto ch'ei giunga a la sassosa riva
(a che pensar m'adduci, o fiera stella,
come d'ogni mio ben son cassa e priva!),
inqueta l'onda con crudel procella,
e dì: - M'accrebber sì, mentre fu viva,
non gli occhi no, ma i fiumi d'Isabella.


E’ questo l’estremo messaggio, maturato probabilmente con la consapevolezza dell’imminente fine cruenta, di Isabella al padre lontano, esule in terra di Francia, del quale attende il ritorno, affidato al fiume Sinni, il "torbido Siri", testimone della infelicità e del pianto di
Isabella, così copioso che accresce il torbido corso del fiume, tanto che gli occhi dell’angosciata creatura si mutano addirittura in corsi d’acqua,"i fiumi di Isabella", e memoria della sua triste vicenda.
Nonostante la reiterata lamentazione per la propria sorte infelice, definita "aspra fortuna", "fato avaro", "fiera stella", nei versi Isabella ostenta fiero compiacimento per il proprio io, simbolo di sventura.
© F.Santucci - Tutti i diritti riservati. È vietato utilizzare questo testo, anche parzialmente, senza autorizzazione.
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