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4. Pablo il pazzo

Angeli dei Sette Chakra
Gli Angeli dei Chakra si rivolgono ad animi in cammino verso un sempre maggiore e consapevole equilibrio personale.
Donarsi o donare un angelo dei Chakra è un gesto colmo di simboli e significati.

Visualizza tutti gli Angeli dei Sette Chakra>>>
di Angela Mariani


Siate clementi se ritenete che la forma sia poco elegante: questa favola è stata scritta nel lontanissimo 1975, quando avevo solo diciannove anni!
Ho desiderato pubblicarla ugualmente perchè mi è cara e mi piaceva condividerla con tutti voi!
Angela

Un pellegrino lo aveva detto ai vecchi del villaggio, molti anni prima, ed i nonni lo avevano raccontato ai nipoti e questi, ancora, ai loro nipoti; era ora, ormai, che giungesse e la aspettavano, giorno dopo giorno: era la speranza di tutti, ciò che avrebbe risvegliato le pietre antiche ed avrebbe soffiato via la vecchia polvere che imbiancava le strade.

Un giorno un'alba rossa incendiò il villaggio ed i vecchi avvertirono che quello era l'annunzio di qualcosa: le case, gli abitanti, gli animali parevano muoversi senza produrre rumore, immersi in un silenzio insolito, un preludio a qualche fenomeno inatteso.
Quando il sole fu ben alto, in quel mattino tiepido di primavera, la Musica giunse, splendida e suadente, con dei piccoli fiori azzurri nei capelli, danzando e volteggiando nella cerchia di donne e di contadini stupiti che la guardavano come se fosse stata l'ottava meraviglia.

Quando si fece strada tra la folla e si avviò verso la campagna, ora danzando, ora fluttuando nell'aria, tutti la seguirono come topi matti, correndo e arrancando per non perderla di vista: le donne sollevavano un po’ le vesti per avere meno intralcio, gli uomini, sudati, tiravano su le maniche delle camicie, gli storpi si appoggiavano con disperazione ai loro bastoni ed i bambini trotterellavano stringendo forte i lembi delle gonne materne. Ma la musica era veloce e bizzarra, spargeva piogge di petali dal profumo sconosciuto e la folla rimaneva stordita da quello strano sentire; gli uomini e le donne si scontravano gli uni contro le altre, qualcuno perdeva l'equilibrio ed i bambini piangevano disorientati dalla gran confusione.

Di tanto in tanto la Musica faceva capolino da dietro a qualche quercia antica, allora tutti si affrettavano in quella direzione, ma lei era già altrove e la folla sembrava, più che altro, un mucchio di formiche ubriache.

Erano tutti così disorientati che la gente iniziò a disperdersi: qualcuno si sedeva per riposare, altri, delusi, tornavano indietro. I più risoluti si guardavano intorno, schermando gli occhi con le mani per ritrovarla, per correrle incontro, per sfiorarle una ciocca di capelli.

Fu allora che qualcuno gridò "eccola!", indicando un puntolino bianco all'orizzonte, nel mezzo di un grande prato, che volteggiava instancabile come una farfalla.
Subito uno corse avanti e gli altri lo seguirono con gli occhi fissi verso l'unica meta, gli occhi sgranati, imbevuti della luce del sole e del verde degli alberi e dell'erba, gli orli delle gonne umidi di rugiada, i bambini felici per l’inattesa scampagnata, tutti andavano verso la Musica, e gli storpi avevano una piccola speranza, giù nel fondo.

Mentre tutti camminavano sorridendo e raccontandosi come sarebbe stato bello quando l'avrebbero raggiunta, quando essa avrebbe finalmente rivelato a ciascuno, in un sussurro, ciò che ciascuno sperava che sussurrasse, un bimbo piccolo piccolo gridò di avere fame e la madre disse agli altri di non aspettarla: sedette sotto un albero, slacciò la camicetta ed offrì al figlio un piccolo seno turgido.
Fu come aver rotto un incantesimo: gli altri andavano avanti ma l'orizzonte era così lontano, ora, da sembrare irraggiungibile. Si aveva l'impressione che si allontanasse man mano che essi tentavano di avvicinarlo.
In quel momento una donna ricordò di non aver sbarrato la porta di casa e volle tornare indietro trascinandosi via i figli, il marito, il padre zoppo ed il giovane fratello. Altri la imitarono. Altri, invece, si sdraiarono presso i cespugli a rifocillarsi mangiando il salame ed il formaggio e la frutta ed il pane caldo e croccante e gli altri doni che avevano portato da offrire alla Musica.

***

Quando stava per raggiungerla Pablo gridò "siamo quasi arrivati!" e si guardò intorno meravigliandosi molto nel ritrovarsi solo e quasi quasi voleva piangere.
Si buttò sull'erba urlando e dando pugni al terreno fresco e davvero, ora, piangeva, nella sua immensa tristezza, perché nessuno lo aveva chiamato, nessuno gli aveva detto di tornare indietro, che non ne valeva la pena, e che sarebbe stato meglio tornare al villaggio monotono ed insonnolito di case vecchie e polverose, che la Musica era andata via, che era burlona e crudele, che li aveva ingannati ed aveva fatto abbandonare inutilmente i campi agli uomini ed i paioli della minestra alle donne ed aveva fatto accasciare di delusione gli storpi e di stanchezza i bambini.

Perchè la Musica non avrebbe mai detto a nessuno ciò che ciascuno desiderava che dicesse, non avrebbe regalato visioni ne' sogni, che aveva un suo modo incomprensibile di esprimersi, e che parlasse da sola, se la sua lingua era “straniera”!

E piangeva, il giovane Pablo, con il viso affondato nell'erba: i vermetti azzurri, che osavano fare capolino da piccoli fori del terreno, sembravano osservarlo rattristati, le api cercavano di consolarlo con il loro ronzio e l'erba si faceva più morbida sotto il suo corpo.

Quando venne scosso da un fremito lieve, come il tocco di una mano leggera ed amorevole, Pablo si voltò e vide da così vicino la cosa più bella che avesse mai sognato in tanti anni, lì al villaggio: la Musica gli stava di fronte e sorrideva, lo sguardo era gentile ed il suo corpo era il più bel corpo che avesse mai visto: più bello anche di quello delle cerve e più morbido anche del pelo dei suoi conigli bianchi; gli occhi della Musica erano finanche più dolci di quelli dei vitellini da latte!

Si asciugò le lacrime con il dorso della mano e sedette a gambe incrociate: la guardava senza chiederle nulla, beveva la sua figura ed i suoi suoni con gli occhi ed i pori della pelle, e con tutti i sensi.
La musica improvvisò una melodia solo per lui, danzò insieme ai fiori e pensò di amarlo, e Pablo capì.
Anche lui pensò di amarla, allora la Musica gli si fece più vicina e Pablo riuscì finalmente a sentirla, dentro di sè e sentirsi in lei.

Pensarono di amarsi: questa volta, però, insieme; questa volta furono uno solo, un solo pensiero d'amore, un pensiero danzante che pensava di amare tutto il resto, ed amarsi fu anche più dolce del miele vergine e più inebriante del vino vecchio.

Non tornò più al villaggio perché andò a vivere con lei nell'arcobaleno, negli occhi dei ciechi, nei nidi degli uccelli e nelle nuvole.
Al villaggio tutti pensarono che forse era caduto in un fosso o che si era gettato nelle rapide, ma nessuno sperò più che tornasse perché si aspettavano che, prima o poi, Pablo il pazzo sarebbe finito male!
© A.Mariani - Tutti i diritti riservati. È vietato utilizzare questo testo, anche parzialmente, senza autorizzazione.


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